Io non so di quanta “patria” ha bisogno un uomo. Ma so che la mia è dove la gente dice scporco. Non ho scbagliato a sccrivere. Intendo dire proprio scporco. Con la “sc”.
Tutta la giornata, al lavoro, in un negozio, con gli amici, qui a Milano dico sporco. Dico anche scarso, scoperta, scuola, scolastica, scoliosi, scoliasta, scoglio, scuotimento. Una dizione perfetta.
Poi, quando torno a casa dalla mamma di Achille - solo con lei – un errore mi può sccappare. “Hai visto le mie sccarpe?”. Ma visto che sono diventato così bravo a “correggermi”, me ne accorgo subito quando scbaglio. Allora mi fermo, riscopro la “sc”, la assaporo e mi piace. E a quel punto lei trascina una scquadra di altre scchifezze con sé. Non mi metto più sccuorno di lei E sccutuleo la polvere dal mio primo vocabolario.
STRUNZ. STUPPOLO. SICCHIE E’ MERDA. SAJTTERA. T’AGGIA SPUTA’ ‘N FACCIA.
Achille – per le ragioni immaginabili – non nascerà campano. E non avrà mai la “sc”. Queste due tre parole sconvenienti, sconce, scurrili, qui su, sono il mio misero contributo per tutta quella sfaccimma* di gente che ci impedisce anche solo di progettare l’eventualità che Achille possa crescere a Napoli.
* sperma